Cenni storici
Per quanto riguarda l'Antichità, la Calabria possiede una ricca documentazione iconografica, la cui interpretazione è però ancora da realizzare. La parte più consistente si riferisce al periodo greco ed è relativa all'aulos (aerofono bicalamo ad ancia), alla famiglia della lyra (cordofoni caratterizzati dalla presenza di una traversa per l'ancoraggio delle corde, cioè un giogo), al tympanon (tamburo a cornice) e ai Krotala (castagnette). Mentre la lyra non è più presente nelle epoche successive, l'aulos, il tympanon e i Krotala continuano ad essere utilizzati durante il Medioevo e, in forme abbastanza riconoscibili, giungono fin nell'attuale tradizione folclorica. Durante il Medioevo giungono in Calabria nuovi strumenti, riconducibili principalmente agli influssi della cultura greco-bizantina e, in misura minore, derivanti anche dalle presenze “latine”, stanziatesi in un primo tempo (con la dominazione longobarda) solo nella porzione settentrionale e in seguito (con la conquista dei normanni) in tutto il territorio regionale. E' infatti opinione corrente che, non solo per la Calabria ma per l'Europa intera, l'arricchimento dello strumentario medievale si debba soprattutto ai contatti con l'oriente. Alla civiltà bizantina appartiene certamente un importante strumento, definibile come cordofono piriforme ad arco con tre corde a tastatura tangenziale, conosciuto attualmente in Grecia e in Calabria come lyra, cioè con lo stesso nome degli antichi cordofoni a giogo. Di origine greca è anche l'organo ma come è noto, non furono i bizantini a introdurlo in Calabria, data la loro avversione per gli strumenti nella pratica religiosa. Esso vi giunse probabilmente in età aragonese, tramite la mediazione della chiesa latina, la quale nel corso del Medioevo elevò l'organo al rango di vero e proprio simbolo religioso. Per il periodo della dominazione longobarda, si ha notizia del rinvenimento di flauti a fessura di osso con un limitato numero di fori digitali, simili a quelli attualmente in uso nella tradizione folclorica. All'epoca della dominazione normanna risalgono alcuni documenti iconografici che ci consegnano immagini di difficile identificazione: il corno del centauro del pavimento a mosaico della chiesa di Santa Maria del Patir nel territorio di Rossano; il piccolo strumento a fiato, forse un corno, in bocca al suonatore raffigurato nel capitello erratico della scomparsa abbazia di San Salvatore di Calanna, vicino Reggio; il misterioso piccolo aerofono imboccato da una figura umana che sovrasta due fiere nell'atto di addentare una preda, scolpito in cima al coperchio litico (recentemente sottratto) del fonte battesimale della chiesa di Sant'Adriano a San Demetrio Corone. Bisogna attendere il XV secolo per migliorare la conoscenza dello strumentario calabrese, senza tuttavia cessare di dipendere quasi completamente dall'interpretazione delle opere d'arte, fonte primaria cui si aggiungono, solo alla fine del secolo, le integrazioni delle fonti letterarie. Le attestazioni del Quattrocento si devono soprattutto ad alcune raffigurazioni di angeli musicanti, la cui ricca dotazione musicale è il fedele riflesso di una stagione feconda della storia della musica occidentale. Vi si possono individuare strumenti a corde pizzicate (liuti, viole da mano e vari tipi di cetre), a corde sfregate con l'arco (lyre del tipo bizantino e viole da braccio), a corde sfregate con la ruota (ghironde), organi portativi, trombe, aerofoni ad ancia, flauti, cimbali e la coppia flauto-tamburo per un solo suonatore. Della fine del XV secolo sono i primi sopradici riscontri delle fonti archivistiche, i quali diventano man mano più numerosi, fino a consentire un buon livello di conoscenza, almeno per alcuni strumenti. Tra gli organari calabresi emerge la figura di Giovanni Donadio, detto “il Mormando” perché nativo di Mormanno in provincia di Cosenza. La sua attività, iniziata a partire almeno dagli anni Ottanta del XV secolo, ma documentata solo dall'ultimo decennio del secolo fino al 1519, in un periodo assai importante per la definizione dei caratteri fondamentali dell'organo, non investe solo la Calabria ma tutta l'Italia centro-meridionale. Dai primi anni del Cinquecento egli si dedica anche all'architettura ed è proprio questa produzione che consente di cogliere con chiarezza la sua forte propensione per le tendenze più innovative dell'epoca. In ambito organario, un indizio del suo spirito innovativo è dato dall'adesione sin dal 1504-1505 (organo della chiesa di S. Eligio in Napoli) alla cosiddetta “aggiunta alla spagnola”, consistente nell'ampliamento dei suoni verso il grave con l'aggiunta di tre nuove canne di maggiori e proporzionate dimensioni, in modo da estendere la tastiera fino al Do grave. Una integrazione che gli spagnoli praticavano già dal XV secolo, ma che in Italia giungerà ad essere usuale solo nella seconda metà del Cinquecento e finirà poi per diventare normativa nel secolo seguente. L'articolata competenza di organaro, organista e architetto, insieme alla chiara fama di artista creativo e innovatore, gli hanno permesso di assumere il ruolo di vero e proprio caposcuola. E' lecito ritenere, pertanto, che egli abbia contribuito in modo rilevante alla fissazione di quei caratteri di diversa provenienza (soprattutto spagnoli e toscani), ma sintetizzati in un modello la cui originalità costituisce il perno della scuola organaria napoletana. Nel corso del Cinquecento, oltre ai vari esponenti napoletani della scuola mormandea, operano in Calabria alcune botteghe stabili di organari sia locali che provenienti da altre regioni. I loro contratti evidenziano un buon livello di competitività nei confronti delle botteghe napoletane, la cui presenza lentamente si dirada nella nostra regione. Non è facile avanzare ipotesi sulla formazione di questi organari, ma la loro affermazione va messa in relazione con l'accresciuta richiesta di organi da parte delle chiese calabresi. L'organo è di gran lunga lo strumento più documentato delle fonti archivistiche del XVI secolo, seguito da varie tipologie di strumenti a corda, soprattutto il liuto e la viola e secondariamente la cetra. Sono presenti anche i cordofoni a tastiera, come il cembalo, la spinetta e il clavicolo. Quest'ultimo si trova indicato con espressioni quali minicordo e altre, derivate tutte dal termine “monocordo”, il nome dello strumento di precisione per la divisione geometrico-matematica della corda. La presenza di tali strumenti, utilizzati prevalentemente, se non esclusivamente, da suonatori che erano prima di tutto organisti o apprendisti tali, è da ritenere indizio sicuro della più alta e colta pratica strumentale del tempo. Diverso è il caso del cosiddetto buttafuoco, una lunga cetra con un limitato numero di corde, percosse con una bacchetta da un esecutore che contemporaneamente suonava un lungo flauto ad armonici. Esistevano varie misure di questi flauti suonati con una sola mano e muniti di un foro posteriore e due o tre fori anteriori, come pure era possibile sostituire il buttafuoco con un piccolo tamburo a doppia membrana, del tipo già menzionato per il XV secolo. E' noto che il divario tra colto e popolare è diventato sempre più marcato dopo il Medioevo. Già nel corso del Rinascimento, l'organo ed il liuto dimostrano di essere gli interpreti più validi dell'antica polifonia vocale, mentre gli strumenti che non possono trovare posto in questa nuova concezione musicale vengono man mano emarginati. Tra questi soprattutto gli strumenti a bordone e quelli a percussione, che diventano sempre più caratteristici ed esclusivi dei ceti popolari.

TIPOLOGIE PRODUTTIVE

STRUMENTI MUSICALI POPOLARI
Le recenti ricerche organologiche hanno evidenziato un quadro estremamente ricco della tradizione folclorica calabrese. Una tradizione che affonda le sue radici soprattutto nella civiltà greca (dall'Antichità al Medioevo) e che ha il suo strumento principe nella zampogna, un aerofono policalamo come l'aulòs, ma provvisto di una sacca per la riserva dell'aria e di un numero variabile di bordoni. Insieme alla zampogna, si trovano spesso il tamburello e le castagnette, nei quali non è difficile riconoscere il tympanon e i Kròtala. Inoltre, in alcune zone della Calabria meridionale è ancora presente, sia pure in forte declino, la lira, il cordofono che si ritiene sia stato introdotto dai bizantini. Il quadro degli strumenti principali dell'attuale tradizione folclorica si completa con la chitarra battente e l'organetto. Zampogna, Chitarra Battente, Organetto, Tamburi, Tamburello, Castagnette, Lira, Campanacci.

STRUMENTI MUSICALI COLTI
Organo, L'organo è uno strumento musicale della famiglia degli aerofoni. Viene suonato per mezzo di una o più tastiere dette manuali e di una pedaliera. Il suono viene emesso da un sistema di canne, metalliche o di legno, di grandezza, lunghezza e fattura variabile a seconda della nota e del timbro che la canna riproduce. L'organo ha un ruolo di primo piano nella musica sacra e nella liturgia. Esistono inoltre importanti derivazioni dall'organo, realizzate soprattutto per ridurne l'ingombro e i costi, tra cui l'harmonium e l'organo Hammond. In particolare, con l' avanzare della tecnologia, si è preferito sostituire i complicati meccanismi che componevano l'organo con circuiti elettronici e altoparlanti. L'estensione di questo strumento è spesso notevole quanto la sua imponenza, dal momento che ne esistono alcuni capaci di superare le dieci ottave. Inoltre l'organo, suonato con tecnica appropriata, è in grado di produrre una complessa sinfonia di suoni anche per merito dei diversi registri (o voci) associati ai manuali e alla pedaliera. Canne ad anima Le canne sono l'elemento che produce il suono dell'organo. Venivano raggruppate in file ordinate generalmente dietro le tastiere ma, con l'avanzare della tecnologia pneumatica/elettrica/elettronica, le canne possono essere poste in qualsiasi luogo e quindi si posero dove meglio risultavano per l'acustica e per gli spazi dell'ambiente. Si dice "facciata" o "prospetto" la porzione di canne che sono visibili all'esterno. [Liuteria
La liuteria è l'arte della costruzione e del restauro di strumenti a corda ad arco (quali violini, violoncelli, viole, contrabbassi, ecc.) e a pizzico (chitarre, bassi, mandolini, ecc.). Il nome deriva dal liuto, strumento a pizzico molto usato fino all'epoca barocca. È un'arte e tecnica artigianale che, dall'epoca classica della liuteria (XVII, XVIII secolo), è giunta fino ai giorni nostri quasi immutata la liuteria, specialmente quella riguardante gli strumenti ad arco, rimane una delle poche arti a preservare la tradizionale lavorazione manuale per la produzione di strumenti ad alto livello. Gli strumenti di liuteria hanno prezzi di norma notevolmente superiori rispetto a quelli di produzione industriale, ma la qualità sonora e la finitura dello strumento artigianale sono di livello nettamente superiore. La produzione a mano permette inoltre varie personalizzazioni, impossibili nella produzione seriale. Gli strumenti di produzione industriale vengono generalmente usati solo nei primi anni di studio, non essendo possibile con essi riuscire ad eseguire adeguatamente brani impegnativi tecnicamente e musicalmente. Con il termine liuto si intende sia lo strumento musicale sia, secondo la classificazione organologica, la particolare famiglia di strumenti cordofoni composti da un manico sul quale l'esecutore preme con le dita le corde nelle posizioni opportune, e da una cassa armonica. A seconda del modo utilizzato per produrre il suono dalle corde, si distinguono i liuti ad arco, nei quali le corde sono sfregate da un archetto (violino, viola...) dai liuti a plettro, nei quali le corde sono pizzicate dal plettro o dalle unghie dell'esecutore (chitarra, mandolino...). I liuti, siano essi ad arco o a plettro, si possono anche classificare, in base al manico, in corti e lunghi. La conseguenza è che nei liuti lunghi si ha a disposizione su una sola corda, una sequenza di note maggiore che non sui liuti corti; pertanto sui liuti lunghi si possono eseguire contemporaneamente sia la melodia, suonata su una corda, che l'accompagnamento, suonato sulle altre corde, cosa che invece è fortemente limitata, se non impossibile, sui liuti corti Nonostante il timbro ed il volume di suono del liuto non permettessero altro che esecuzioni cameristiche, le sue doti di maneggevolezza, la sua capacità di suonare accordi composti da più di tre note, il suo suono breve, particolarmente adatto nelle esecuzione di musiche di danze e nell'accompagnamento del canto solista, fecero la fortuna e l'enorme popolarità di questo strumento. Si consideri inoltre, che molto spesso la musica per il liuto era scritta non sul pentagramma musicale o secondo le altre forme di notazione, ma su intavolature che riportavano segnate le corde dello strumento e il numero di capotasto da premere; ciò rendeva l'apprendimento ancora più semplice ed intuitivo, anche da parte di un pubblico non particolarmente preparato in materia musicale.
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